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19 gennaio 2016 WOMAN IN GOLD

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WOMAN IN GOLD
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WOMAN IN GOLD


Un film che si limita a lasciarsi guardare e dimenticare, senza trasformare la vera storia in grande epica oppure in piccola e toccante quotidianità


Maria Altmann, è una donna ebrea fuggita da Vienna poco dopo l'arrivo dei nazisti che saccheggiando la sua abitazione trafugarono un prezioso quadro di Gustav Klimt, la Donna in Oro, in seguito restituito al governo Austriaco. Cinquanta anni dopo la coraggiosa donna decide di sfidare le autorità Austriache con l'aiuto di un giovane avvocato per chiedere che le venga restituito ciò che era suo.

DATA USCITA: 15 ottobre 2015
GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Simon Curtis
SCENEGGIATURA: Alexi Kaye Campbell
ATTORI: Helen Mirren, Ryan Reynolds, Katie Holmes, Tatiana Maslany, Daniel Bruehl, Max Irons, Charles Dance, Antje Traue, Elizabeth McGovern, Frances Fisher, Moritz Bleibtreu, Tom Schilling

FOTOGRAFIA: Ross Emery
MONTAGGIO: Peter Lambert
MUSICHE: Hans Zimmer
PRODUZIONE: Origin Pictures, BBC Films
DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures
PAESE: Gran Bretagna, USA



Gabriele Niola
Uno dei dipinti più famosi d'Austria, Ritratto di Adele Bloch-Bauer di Gustav Klimt, è detenuto dallo stato indebitamente, in seguito al sequestro operato dai nazisti ai danni dei legittimi proprietari, una famiglia ebrea. Alla fine degli anni '90 la morte di una delle due sorelle ultime eredi della stirpe, fa scoprire all'altra l'esistenza di una lotta per riavere il quadro, proprio in coincidenza con la decisione dello stato austriaco di inaugurare una politica di restituzione delle opere d'arte rubate dai nazisti.
Determinata a riavere il quadro come forma di risarcimento per tutto quello che lei e la sua famiglia hanno subito dagli austriaci, Maria Altmann, da decenni residente in America, si reca in loco con un avvocato e scopre che in realtà lo stato non vuole assolutamente dare via il suo quadro più importante. Parte così una battaglia legale di Davide contro Golia.
Dietro a Woman in gold si intravede la sagoma di Philomena, il sorprendente film di Stephen Frears del 2013. Nella vera storia della dolce anziana Maria Altmann e del suo riluttante desiderio di ottenere giustizia, coadiuvata da un avvocato inizialmente poco convinto, non è difficile riconoscere la struttura del film con Steve Coogan e Judi Dench. Anche l'obiettivo, un racconto che scaldi il cuore e infervori gli animi, sapendo alleggerire quando serve e addolcire quando necessario (sempre attraverso la protagonista, eroina della quotidianità), appare il medesimo, solo sostituendo agli abusi di un convento contro una madre l'ancor più toccante tema della persecuzione degli ebrei ad opera dei nazisti.
Ma Simon Curtis non è Stephen Frears, nè i suoi sceneggiatori sono all'altezza della sagacia di Steve Coogan e Jeff Pope. Nelle loro mani questa materia molto popolare si scioglie nella ruffianeria invece che brillare nell'equilibrio tra intelligenza di scrittura e equilibrio narrativo.
Pensato tutto intorno a Helen Mirren, il film indugia su di lei, si affida alla sua capacità di comunicare ogni stato d'animo senza mai cercare di farlo da sè. L'individuazione della più nobile delle cause e il ritratto del più perfido dei nemici (la burocrazia di una nazione che non si cura dei dolori individuali), completano la facile parabola di un film mai capace di affermare con forza quel che desidera dire. Woman in gold si limita a scorrere, a lasciarsi guardare e dimenticare, senza trasformare la vera storia in grande epica oppure in piccola e toccante quotidianità, senza cioè individuare nelle pieghe della vita reale qualcosa sul quale porre la propria attenzione. Simon Curtis sembra documentare l'accaduto (romanzando quando serve) invece che mettere la lente d'ingrandimento su cosa, in tutti questi eventi, sia in grado di suggerire più dei semplici fatti esposti con simpatia.






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